MORBO
- veronicatomassini9
- 11 apr
- Tempo di lettura: 3 min
di Idria Pilogallo
Sant’Elia, Scilla, agosto 2022
Nell’afa della controra che riempiva l’aria, il vento di scirocco inchiodava l’aquilone di Nino al cielo.
Nino e Leo avevano voltato le spalle al paese da un pezzo per avventurarsi nella ricerca di animali selvatici. A mano a mano che si avvicinavano al punto più alto, i raggi infuocati lasciavano il posto alla frescura. Da lassù, si vedeva il mare, la grande lacrima di blu offuscata dal velo d’ardore che smaltiva il fuoco e che si portavano dentro in quell’estate strana: non concedeva tregua né agli uomini né alle bestie. Una specie di condanna che li affliggeva.
«Aspettami», disse Leo con il respiro affannato. «Aspettami», ripeté con la voce impastata di polvere.
«E che ci posso fare io se sei zoppo?» Rispose Nino, con la crudeltà serena dei bambini.
Dal bosco saliva il coro stridulo degli insetti, un ronzio fisso che si insinuava nelle orecchie accompagnando la loro scalata. Leo Gambasteccata, il soprannome che gli avevano affibbiato in paese, si fermò a respirare. Guardò il cielo fra gli alberi fitti, dell’aquilone non c’era traccia.
Riprese a salire e gli parve strano che il coro avesse smesso di cantare.
In un attimo, il brusio era finito, la musica si era spenta.
Lo vide in piedi, di spalle, lo chiamò due volte. «Nino, Nino», ma Nino non si mosse. Pareva incantato, come se la strega del bosco gli avesse fatto un incantesimo. Nugoli di insetti facevano mulinello intorno a lui, volavano e gli planavano in testa, atterravano veloci e ripartivano.
Ecco dov’erano finiti. Leo lo chiamò ancora, provò ad avvicinarsi, ma una forza sinistra, una sorta di muro invisibile, glielo impedì. Finché Nino si voltò, gli occhi sbarrati, più grandi. Alzò lo sguardo verso di lui, quasi supplichevole, andò al primo albero e vomitò.
In mezzo all’erba, sotto una coperta di mosche, giaceva il corpo di una giovane donna. Leo osservò il cadavere, vide il seno che fuoriusciva da una t-shirt a fiori bianca strappata. Le braccia e il ventre erano ricoperti da una ragnatela di sangue. I piedi erano piccoli e sottili, come di una bambina.
Gli insetti non le davano tregua e Leo ebbe l’impressione che di lì a poco l’avrebbero divorata, un pasto nobile e inconsueto per chi è abituato alle carogne degli animali.
Nino, intanto, si era accasciato ai piedi dell’albero, piangeva piano, rispettoso. Leo si fece il segno della croce e andò da lui, lo aiutò a rimettersi in piedi, gli mise una mano sulla spalla, anche se nel suo stomaco si stava muovendo qualcosa. Se non si fosse allontanato da lì il suo di vomito avrebbe fatto compagnia a quello dell’amico.
«Vieni, sorreggiti a me», disse. «Dobbiamo chiamare aiuto.»
«La abbandoniamo?»
Non ci misero molto a raggiungere il ciglio della strada. E mentre prendevano per il viale sterrato, da un capanno, un fruscio tra le erbacce richiamò la loro attenzione. Un bagliore filtrava tra le fronde e un lamento riempiva l’aria ferma, come se qualcuno stesse cercando di nascondersi. Poi il bisbiglio diventò sussurro e si propagò tutto intorno. Leo intravide un brandello di stoffa nero mosso dal vento ma lo scirocco confonde e abbaglia. Mai fidarsi dello scirocco. Annebbia uomini e cose.

Note sull'autrice:
Dopo aver collaborato con il collettivo di Lingue de La Sapienza e con lo
SCRITTOio.org, focalizzando il suo livello di attenzione sul piacere della scrittura,
Idria Pilogallo muove i primi passi pubblicando due racconti brevi “Requiem” e
“Carcasse” per la Delos Digital.
Autrice di “Fragori nella mente” per Toscana Libri.



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