top of page

Mademoiselle (inedito)

18 lug
Tempo di lettura: 2 min

Mademoiselle si svegliava certe mattine di sole con una gran voglia di vita addosso, malgrado degradasse tutte le volte nelle cose passate, nelle cose morte, che non sarebbero tornate più. Ecco che la domenica indossava i suoi soliti jeans, le scarpe comode, annodava i capelli sulla nuca, era pronta, usciva a metà mattina, col sole tiepido accorato sulle sue spalle, andava in centro commerciale. Sorrideva o cantava o ammutoliva di colpo. Aspettava di rivedere qualcuno, di ritornare, dove? Dove mademoiselle?

C’era una via, voleva tornare nella medesima via. C’era una casa in quella via. Lascia perdere, mormorava tra sé. Lascia andare il tempo perduto o ti trascinerà. Mormorava. Aveva lasciato crescere i suoi capelli, lui non l’avrebbe più vista così.

Molti anni dopo scriveva al suo amore russo. Un amore fasullo. Orgogliosa di sé stessa, aveva finalmente dimenticato. Stava amando qualcuno di nuovo e quando sedeva al tempio guardava gli altri con una segreta felicità quasi a voler dire al suo immaginario pubblico di auditori: sapete, ho un nuovo amore, la mia ora nel deserto è finita.

Sergej portami a Parigi. Sergej era un amore fasullo su cui ridere o imprecare. Non valeva niente, solo qualche inutile parola per esercitarsi in una presunzione di eloquenza. In Rue de Poitiers. Andremo insieme. Fissava i ruderi dinanzi a sé. La gente vivere, come sempre, noiosamente, tenacemente, senza altro che quello, una piazza su cui affondare passi incerti, veloci, distratti, riluttanti. Tornava al tempio.

E i giorni andavano. 

Al tempio torno una mattina. In borsa ho il diario maledetto, la storia di Christiane, voglio rileggerla. Ci sono le solite anziane, una mi sorride appena mi vede, mi avvicino, le siedo accanto, sono impaziente, per questo merito ogni attesa, esercizio di virtù. Non ho un centesimo in tasca le dico, e lo ripeto perché nel frattempo si avvicina una vecchia rom, stende la mano, vuole un euro, non posso, non ho un centesimo. Invece le consegno un mucchio di monete. Mi guarda sgomenta anzi irritata. Bisogna invertire i fattori, x e y non si contendono più alcun primato. X: sta di qua, è questo mondo sbracato, ammorbato dai suoi stessi miasmi e con le tasche rivoltate; y: sono loro, gli infausti, i nostri terribili ammonitori, i poveri, i mendicanti, i rom, chi si è messo dall’altra parte comunque sia. L’anziana mi chiede notizie dell’ebreo. Poi mi stringe con un braccio tremolante, si fa venire le lacrime, dice che devo accettare i soldi dell’amico, dell’ebreo. Non sono una che fa tante storie. La rom continua a chiedere, la seguo con lo sguardo fino a che non svolta per una via del quartiere. Poi di colpo sento uno strano brivido salirmi per la schiena e improvvisamente mi coglie l’estraneità e una specie di sussulto, non so come spiegare, una solitudine terribile, non collocabile, alla fine una gran sete. E non riesco mai a tradurre veramente questo stato d’animo. Ma in fondo non mi importa di farlo. E questi li chiamo giorni.


"Madeimoselle". Romanzo inedito, 2018.


Copyright © Veronica Tomassini.


 
 
 

Commenti


bottom of page