UNA NOTTE DI FEBBRAIO
di Idria Pilogallo
Roma, inverno 1997
Avanzai verso la metro con passo svelto. La sensazione che quel vecchio mi avesse appena spellata viva me la portai dritta giù per le scale della linea A.
Due ore prima uscivo dalla Caserma Sani, ancora intontita dalle lezioni di filologia romanza e gonfia di quel fardello morale che ti regala l’istruzione universitaria. Guardavo la gente a Piazza Vittorio dall’alto in basso, protetta dal mio cappotto buono e dalla convinzione che stessi capendo il mondo mentre loro si limitavano ad abitarlo.
Camminavo col collo affondato nella sciarpa, le dispense di morfologia storico-comparata strette in mano e con la sensazione tutta giovanile che basti aver decifrato qualche pagina per guardare il mondo con distante commiserazione.
Quando il mio sguardo cadde su di lui lo squadrai. Era sdraiato sulla panchina, ai margini dei portici. Svettava la sua barba, una massa ispida, crostosa di cibo e sbornie. Mi fermai un secondo di troppo. Un rottame da compatire con un soffio di sdegnosa benevolenza. Lo capì.
«I libri vi rincoglioniscono». Sputò un catarro sull’asfalto, sfiorando la punta delle mie scarpe pulite.
«Cosa?» balbettai.
I baffi unti si aprirono su una chiostra di denti marci. «Quella roba lì. Vi riempite la testa di parole morte perché avete il terrore di quelle vive. Andate in giro con l’aria di chi porta il peso del mondo e, invece, non sapete manco come ci si sta nel mondo.»
Mi frugai in tasca con la fretta di un servitore colto in fallo. Gli piazzai in mano due euro e gli diedi le spalle. Corsi verso la metro. Il tornello scattò con un colpo secco tagliando fuori i rumori di Piazza Vittorio per sostituirli con il soffio caldo e stantio della galleria.
Sulla banchina, tra le luci che friggevano spietate, guardai la mia immagine riflessa nel vetro scuro del tabellone. Avevo vent’anni, le scarpe pulite e duecento pagine di leggi fonetiche della lingua d’oil sotto il braccio, ma addosso mi sentivo la pelle sottile e deteriorata.
Che cosa avevo imparato? Che un vecchio con la barba lercia mi aveva disossato con quattro frasi sputate sull’asfalto?
Il vagone oscillava sul tracciato e cigolava a ogni curva sotto il ventre di Roma.
Continuai a pensare a quell’uomo. La verità è che ci inventiamo una lingua protetta per non dover affrontare quella del mondo. Ci rifugiamo nei mutamenti vocalici perché le consonanti di oggi sono troppo piene di fame, di alcol scadente e di rabbia. Analizziamo il modo in cui le parole si sono usurate nel tempo, ma facciamo finta di non vedere come si usura un uomo mentre sta sdraiato su una panchina a guardare la gente che corre verso la metro.
Quel vecchio con la barba era il conto che la realtà presenta quando passi la vita a studiare l’eco e ti dimentichi della voce. La filologia è una scienza per cadaveri verbali: ti insegna a sezionare ciò che è già privo di respiro, ti dà l’illusione di dominare il tempo perché lo trovi ingabbiato nei dizionari. Ma fuori, a sei metri sopra questo tunnel di cemento, le parole non si declinano. Si sputano.
Si usano per sbranare, per elemosinare, per sopravvivere a una notte di febbraio.




Brava. Scritto molto bene. Si legge tutto d'un fiato.