MARE DI GRAZIA
di Idria Pilogallo
Porto delle Grazie, autunno 2024
La treccia della nonna fu l’ultima cosa che vide di lei prima che la notte lo inghiottisse.
Si era tirata su le maniche e l’aveva sollevato verso la chiglia piegandosi tutta verso di lui, che aveva tentato invano di trattenerla.
Poi fu la notte. Una notte fonda e nera. Balzò sul barcone con uno slancio di energia che non sapeva di avere. Il mare scosso e nero gli dava una strana pace. Pioveva forte e il fragore delle onde rimbombava e batteva contro le lamiere. Immerso nello sciacquio dell’acqua, smarrito, cercava con lo sguardo un cielo che era solo nero e vuoto di stelle.
Un soffio e il vento iniziò a salire. Fu un attimo e si ritrovò dentro un’aria fredda e poi tra le onde.
Aggrappato alle rocce tenne duro per un po', con tutta la forza che aveva. Vide in faccia la morte e fu come scomparire dentro di essa.
Si ritrovò nel vortice di quelle onde gelide che lo schiaffeggiavano, trapassandolo nelle ossa fino a fargli mancare l’aria. Serrò la bocca, chiuse gli occhi, fu sbattuto di sbieco e si sentì dentro il buio di quel cielo. Volava.
Sotto quella coltre di oscurità il vento alitava sulla scogliera con la sua rapida, impetuosa e incalzante furia. Lo sentiva minaccioso. Oppose resistenza per evitare di essere sbattuto contro le rocce. Riuscì ad aprire gli occhi solo per vedere raffiche di lampi che si specchiavano in quelle acque deformi. Nonostante l’impegno, i suoi arti non rispondevano al suo volere e non appena tentò di muoversi di nuovo realizzò quanto feroce e mostruoso gli apparisse il mare a dispetto di quello che aveva pensato fino ad allora. Non era intenzionato a dargli più pace. Tormento. Solo tormento.
Risalì in una girandola che lo sbalzò ancora e andò a sbattere su uno scoglio che gli si piantò nello stomaco. Il dolore si dilatò, era sfinito, mugugnò con la bocca impastata di acqua e sangue per non si sa quanto tempo. Credeva, almeno. La temperatura del suo corpo era precipitata: non si sentiva più le braccia, né le gambe. Alzò gli occhi al cielo. Invocò il Signore. Quello che pregava, con sua nonna. Poi, una camera d’aria, un avanzo dell’imbarcazione, gli galleggiò accanto. Ci si rannicchiò dentro. Chiese tregua.
Lanciò un urlo tremendo, non uscì che un soffio di voce, e si lasciò attraversare dal dolore. Fu la sua sola ancora; continuò a dimenarsi con tutte le forze che non aveva più. Voleva salvarsi.
Quando ero nato sua madre moriva ed era finito tra le braccia di sua nonna, custode della sua infanzia. Per tutta la sua breve vita non aveva fatto altro che mandare giù veleno e ora inghiottiva acqua e sale. Si sforzò di immaginare l’odore della morte, il sapore già lo respingeva. Panico. Panico.
Poi si appallottolò come fanno i ricci sul fondo e cadde in un sonno profondo.
Graziato.
Idria Pilogallo, autrice di origini calabresi. Vive in Toscana.



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