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La Salvezza - Il grano di un rosario.

13 feb
Tempo di lettura: 3 min

Ogni tanto mi assale un torpore. Assale, quasi di sorpresa, una dolcezza in salita, una scogliera, i raggi specchiati sulle onde benevole e azzurre, distinte nei morbidi avvitamenti schiumosi, e d'intorno il profumo aspro del mezzogiorno d'estate. Un frame che non mi procura dolore o la sensazione di essere qui, desta, sempre d'intralcio, il fatto di sbieco a una qualche ordinarietà che mi rifiuta. Ero il perno isolato, circondato soltanto per un breve tratto da coevi curiosi perlopiù. Affini all'innocenza, tipica dell'età, ma non sufficiente per me, per una specie di piglio bizzarro, ero comunque fuori, oltre, indietro, fuori asse. Mi insidia il torpore, nuoto a pochi metri dalla rada. Sono una bambina. Il sole brucia sulle gote, trattengo l'aria e mi infilo giù tra i flutti e poi discendo, giù giù giù, nel silenzio, il silenzio che dovrebbe ricondurci un giorno negli atri santi. Da lì discendiamo, ivi torneremo.

Quando si muore spesso riferiscono di una incurvatura fetale, posizionati come agli albori del vagito, ignari, o già stancati dalla consapevolezza. L'insito che diverrà il sé, il sé eterno. Quando i compagni tossici dell'adolescenza mi raccontavano il flash della "robba", l'eroina, sussurravano di una pace inaudita, poi morivano d'overdose, perché cercavano quella pace, era la pace di Dio che cercavano, la robba era la lusinga del diavolo. Ma loro cercavano la pace di Dio.

Una lusinga. Quando arrivava il flash il mondo sembrava più buono, una placenta, una cassa acustica ovattata, una plaga silente. Il desiderio dell'oltre ineffabile tangeva più costoro, l'assenza inchiodata al sé, sapersi qualcosa di perenne, e non conferirgli una confessione autorevole. Allora ecco ti fai. Sei uno che ti fai. E invece cerchi l'assenza, cosa l'inespresso governa. Cosa sia l'inespresso. L'inespresso è un termine molto suggestivo, è una placenta, un ragionamento che modestamente vorrebbe interloquire, mirando al seggio supremo. La questione della salvezza è diventato un motivo che smise di balbettare quando al primo inciampo ne seguirono moltissimi altri. Allora l'assillo tornava, l'urgenza di dover salvare qualcuno. Dopotutto non possiamo fare molto altro se non accettare nella sequenza preordinata quel che a noi sia toccato.

Percorrere alcune strade della città mi restituisce il terrore di certi anni. I miei 17 anni e da lì in poi. Gli anni che mi introdussero ufficialmente in una sequela. Ero un grano del rosario. Ero contenuta in un grano del rosario. Le stazioni erano un crepuscolo di pulsioni, di quella morte precisa, l'ottusità esangue della periferia, la sferza del mezzogiorno della più miserabile periferia. Era la morte. Le stazioni con la croce sull'altro. L'altro era un perdente, e mi ritrovai ad amare il perdente. Non vedevo il cireneo. Non lo consideravo. Ero io il cireneo.

Morivano gli altri. Allora mi assale il torpore, la bambina inarca la schiena e poi infila il corpo nella curva impeccabile, si insinua nel silenzio delle acque, fino a dove il respiro può aspettare e risalire su, nell'ebbrezza di aver raggiunto qualcosa per poco ed essere tornata.

Dovevo salvare qualcuno. Ma era questo che volevi? La rinuncia che non hai saputo trasformare in santità, la privazione ubertosa che hai disdegnato perché non riuscivi a narrarne le grazie riposte insieme? Non le vedevi le grazie nel martirio blando? Niente a che vedere con un costato infilzato di dardi. Penso a San Sebastiano.

O basterebbe la corona di spine, il sangue che da essa stilla la disumana bontà.

Non eri tu la regina delle stronze? Fu la prima ingiustizia verbale che accusai dall'inesplicabilità del cosiddetto prossimo. Avevo sei anni. Le bambine che abitavano il mio stesso condominio mi accolsero così la prima volta che giunsi in quell'orribile mausoleo di palazzoni, nella più ostile delle terre. Risentita e triste. Mausolei cimiteri. Mio padre lavorava in fabbrica, dalla Campania volle essere trasferito in Sicilia.

Ci sono diversi tipi di morti, anticipate da diversi tipi di martirio.

Blando e eccelso, elevatissimo o a brani.

Siepi di pungitopo vibravano al vento secco della stagione calda.

Eppure era così freddo dimorarvi all'ombra. Non era nemmeno quella la frescura che avrebbe anticipato il ristoro al riparo dei tuoi atri.

Era freddo dimorarvi all'ombra delle siepi, tutto allora era incomprensione e una distanza volgarissima dai più bei gesti di clemenza che io non conobbi mai.


© Veronica Tomassini





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