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La Salvezza - Gigli

Facevo fatica a tornare sui miei passi, noiosi, impauriti; percorrere il ponte, in certe ore del pomeriggio, con il libeccio trai capelli, denso di malinconia, tra le più funeste, o nel furore dei nembi violacei al tramonto. E nel frattempo, pensavo ai miei amici. Ed erano morti. Saliti oltre il reticolo delle protosfere, sopra le nostre possibilità di comprenderne le rivelazioni sedotte da folgori e sottilissimi riverberi, i veli tradotti in drappi di separazioni. I miei amici sono morti, e lui, è il divenire interrotto, il viaggio in treno. Roma. I ciliegi dai boccioli rossi, le strade di Trevignano. Le ruote di fieno. Il cielo sopra i giardini di ulivi sui poggi di Ciciliano. Le farfalle poggiate sulle dita, in una foto, quando era vivo. Ma io devo attraversare il ponte, sotto la cala, la città siciliana, con le sue ombre barocche talmente distanti oramai da tornarmi come presagi, obsoleti, sempre gli stessi. Ero io che sedevo sulla panca del tempio? Le anziane del rione? Ero io, le anziane sedute accanto, silenziose nel loro matroneo. Il mormorio preciso e simile a una giaculatoria. Una preghiera restituita in un dialetto arcaico, spigoloso. Anche la luce strideva sui mensoloni, un raggio dorato sul muso delle sirene o lungo il profilo di putti e ippogrifi. Ero io?

E l'amore?

Lo cercavo senza sapere, senza sapere ho trascinato le stagioni che non sono mai state le mie, ero il mezzo per qualcosa di solito. Un bordone del pellegrino. Non perché io patissi davvero, empaticamente presente, con le creature - provate o inselvatichite dalla rudezza e dalla vita perciò - che la Provvidenza mi metteva davanti. Creature come gigli selvatici bianchi e spezzati sulle dune arse di Marina di Melilli.

I miei passi non hanno una tregua da raggiungere, il luogo, la meta. La meta non è mai stata contemplata nelle varie possibilità di questa vita e ora la vedo, il giro di giostra, o il colpo di pistola nel mulinello di opportunità di una roulette. Ho imparato che la stagione interrotta, il viaggio intero, l'estate sul lungomare di Noto con i compagni della giovinezza, era il festone che restava, l'arabesco incompleto, nulla sarebbe tornato mai più. La mia ultima estate da ragazza, da liceale. Il mio ultimo Natale di moglie. Il giorno di agosto nel futuro che si schiudeva tra i sanpietrini di un borgo romano. Finito.

L'ultimo giorno di allora. Il pomeriggio era opprimente, grigio, incolore. Era agosto.

Scendevo e salivo dai vicoli ora irti come pendici, ora a strapiombo, stretti similmente a una disperazione o a un angiporto. Venne la pioggia. Sotto l'arco mi era riparata per sfuggire ai tuoni. Rombavano e d'un tratto il clangore cessò. Alcuni operai lavoravano dentro una coorte. Da un ducato prelevavano e caricavano oggetti, mobili, un tramestio. Sorridevano malgrado il cielo fosse ancora oppresso e da lontano si udiva un rimestare di acque, l'Aniene o le cascate.

Un giovanotto ardito sollevava una cassa fregiata. Mi salutò con la baldanza della vigoria: buon pomeriggio, signorina!

Scendevo dal vicoletto, per poi risalire verso il centro storico, in direzione della Chiesa di San Biagio. Erano le cinque e mezza di un pomeriggio romano. Un profumo di fiori mai sentito pervase la navata. Io ero in piedi e pregavo ancora pensando di ottenere. Pregavo per chiedere.

Lui era già morto.


© Veronica Tomassini/emmeeerre letterature

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