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La Salvezza - Fuori

Alle tre del pomeriggio ero giù fuori di casa. La liceale voleva diventare la brava bambina, ma non lo era. Occhiali, cerchietto a ordinare i capelli arruffati, il busto per la scoliosi. E invece ero il solito puledrino dal costato scarno, che il padrone dimenticava di guardare. Fuggivo dall'oppressione, dalla prova può darsi, lo era intrinsecamente, una croce in definitiva, la seconda per importanza o cronologicamente. Portavo con me il disprezzo e la trascuratezza dei figuri e del mondo in cui ero nata, allevata maldestramente, vessata. Oggi lo dico senza temere la colpa che la catapulta della mia emotività compromessa si diverte a reindirizzarmi. Cioè lo ero innocente, in un qualche sottoscala della mia individualità, non riconosciuta, figuriamoci a chiamarla "anima creaturale", anima, spirito, qualcosa che verteva a un limpido ciglio, al cielo cristallino. Fuggivo dal poco amore, dall'ostilità del luogo in cui ero finita, ragione di un disagio. Non era soltanto una mia responsabilità, non lo era affatto. Alle tre del pomeriggio in piazza c'era l'ora del lupo. I tossici davanti alla sala giochi aspettavano il tizio per la roba. Conoscevo tutti i traffici, i nomi di ognuno. Mi sentivo a casa, in una casa maledetta, il desunto esatto di quanto pativo. La salvezza per gli altri: non lo ero consapevolmente, magari infilzata più in là malgrado la reticenza, il desiderio assoluto di esistere, accolta, nel grembo di una pazienza e di una ragionevolezza indulgente. Era un combattimento, la mia natura umana doveva ambientarsi, conformarsi alla stupidità, alla malevolenza. Oggi le urlerei in faccia: perché mi hai tanto detestato? Ora che è ai suoi ultimi giorni e ugualmente riesce a riconsegnarmi la contrizione dello spirito, il senso di colpa e vergogna per la rabbia sotto registro che devo governare. Puoi amare cristicamente chiunque? No, no. Non sono in grado, e mi rivolgo al Creatore. Di quell'amore magnanimo in risposta alle umiliazioni, agli abusi, alle irrisioni? Non sono in grado. Preferisco la morte, me la auguro continuamente. Ma lassù mettetemi da sola, ricostruitemi nell'alveo di altre anime affini. Ero un'adolescente oppressa, non sembrava, e neanche io riuscivo a dirmelo francamente, sentivo il disagio, l'inquietudine, il desiderio di fuggire, di stare fuori fuori fuori. Dovevo distruggere me stessa, odiandomi, non saprei, come mi odiava la procreatrice primigenia, la corrispondenza per un fatto di sangue. Non chiamerò nessuna di loro per nome o per un ruolo non assunto. Quel che vedevo di me lo restituiva lo sguardo sprezzante e algido della procreatrice primigenia. Dunque ero quella. Capisco che da adulta avrei cercato l'amore di un uomo per resettare lo sguardo di spregio della procreatrice primigenia. I tossici mi erano prossimi. Era una questione di noia, di prossimità, di coerenza ai romanzi che avevo letto, la curiosità di indagare l'indicibile di cui non ero mai abbastanza paga. Oltre l'indicibile, volevo vedere, la vita mi interrogava con domande piombate nell'ordinarietà di un'età con un impeto non adeguato, non opportuno, avrebbero tradotto ogni mia mossa futura nell'epigrafe in calce: non sta bene. A quindici anni me ne sentivo addosso già mille. E così è sempre stato, troppo vecchia per far qualcosa, troppo tardi. Tutto avevo visto, tutto sapevo. Non era presunzione, era piuttosto un affare luttuoso che mi involgeva, mi faceva piegare per tanto peso. Bisognava che dessi un nome a tutto, ero timorosa, non volevo offendere o giudicare o ferire, soltanto pensarle certe cose, sarei stata libera, se avessi avuto il coraggio di ferire, ferire perché avrei guardato e inteso e dato un nome.

Diventavo una giovinetta, nella compromissione altrui. I tossici mi conoscevano, spesso trovavano in me un conforto, io mi spegnevo, il fiore appassito, sulla terra aspra di una periferia. Ero in trappola. Per molti dei perduti (o perdenti, con una deriva diversa a dirla così) ero un vaso su cui raccogliere steli secchi, gli errori, i sentimenti, i sentimenti che sono la pletora di disastri. Non volevo ferire l'altro. Per me era intollerabile ferire l'altro; mentre l'altro non smetteva di ferire me. Dovevano salvarmi, dovevano togliermi dal disprezzo, dalla violenza, dall'ignoranza. Qualcuno doveva salvare me. E diventavo più bella e delicata, per questo non andavo bene, non c'entravo niente con la volgarità. La volgarità era una posa, una moda, uno status irrevocabile.

Io e certe coetanee, prima che mi mollassero alla solitudine definitiva, un paio d'estati dopo la maturità. Eravamo le ragazze. E in questo "ragazze" metto tutto, la leggerezza, il sole in faccia, sulla proda del porto, le canzoni di Mina, le gambe più belle della piazza, quel signore facoltoso innamorato del mio viso, con un atelier lussuoso e due figli rovinati dalla robba, cioè l'eroina e la cocaina. Robba, con due bi. Questo prima di entrare nel tunnel, prima della periferia e di quel suicida. Facevo una vita da donna perduta, ma ero una ragazzina, e quei signori oggi li chiamerei pederasta, che mi organizzavano le feste apposta sul bordo piscina. Bruciare tutte le tappe, of course. Mi sono divertita come una donna sfatta, di risate stanche, prima di essere amare. Ho riso molto con pochi amici, uomini. Tipo Salvo, Nico, Antonio, Benny. Ero libera. La mia aspirazione era diventare una entraineuse. Solo perché ne sentivo parlare. Fare la segretaria. Avere una Audi 33 che consumava moltissimo. Ma poi finivo male, mi piacevano quelli sbagliati. Tipo Massimo che era magro e alto e bianco, sembrava Rupert Everett, indossava gli alcott al collo e camicie bianche fino al polso per coprire le piste. Credo solo che ragionassi troppo, se ragioni troppo non sai scopare, diceva un tizio. Un po' come la volpe e l'uva. Poi ero senza tette. Ma le mie erano le gambe più belle. E anche i miei occhi, diceva lo stesso tale. Sembri un gatto, mi disse sotto la luce di un lampione. Però era fatto.

Qualcuno doveva salvare me.


© Veronica Tomassini/emmeeerre letterature

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