Irreversibile
Inedito di
Giorgia Deidda
Non era il silenzio a farmi paura, ma la sua consistenza — quella materia invisibile che si
appiccicava ai pensieri come una pellicola oleosa, deformandoli, rendendoli irriconoscibili
anche a me stessa, come se qualcuno avesse preso la mia mente e l’avesse immersa in
un bacino d’acqua, non per proteggerla ma per osservarne il lento appannarsi, il respiro
che si accumula e si ritorce contro chi lo emette. Mi svegliavo già stanca, con la
sensazione di aver attraversato un deserto notturno fatto di sogni che non erano sogni ma
simulazioni imperfette di ciò che avrei potuto essere se avessi avuto il coraggio di esistere
senza chiedere permesso, senza aspettare che qualcuno mi autorizzasse a sentire, a
volere, a distruggere. Il giorno filtrava dalla finestra come una luce chirurgica, impietosa, e
ogni oggetto nella stanza sembrava avere un significato segreto, un’accusa: il bicchiere
mezzo vuoto non era solo sete, era rinuncia; il letto disfatto non era solo stanchezza, era
resa; lo specchio non rifletteva me ma una possibilità abortita di me stessa, una versione
che mi guardava con un distacco quasi clinico, come si osserva un esperimento fallito.
Cercavo di pensare in modo lineare, di costruire frasi ordinate nella testa, ma ogni parola
si sfilacciava prima di compiersi, come se il linguaggio stesso avesse perso fiducia nella
mia capacità di contenerlo. Le idee si accumulavano in grappoli disordinati, immagini
sovrapposte: un corridoio troppo lungo, una porta che non si apre mai del tutto, una voce
che mi chiama da una stanza in cui non sono mai entrata. Eppure continuavo a muovermi,
a vestirmi, a uscire — come se il corpo fosse un automa educato a rispettare le regole
della sopravvivenza mentre la mente si ritirava in una regione più interna, più muta, dove
tutto era simultaneamente troppo e troppo poco. Camminavo tra le persone e mi
sembrava che ognuno possedesse una leggerezza segreta, una formula invisibile per
abitare il mondo senza esserne schiacciato, mentre io portavo addosso una densità che
mi tirava verso il basso, come se avessi ingoiato piombo.
Non era tristezza, non esattamente; la tristezza ha un colore, una forma, si può nominare
e quindi, in qualche modo, contenere. Quello che sentivo era più simile a un’alterazione
della pressione interna, una distorsione del rapporto tra me e tutto il resto, come se fossi
leggermente fuori asse rispetto alla realtà e ogni tentativo di riallinearmi producesse solo
più attrito, più dolore. Le conversazioni mi arrivavano come eco deformate, parole che
perdevano significato mentre ancora venivano pronunciate, e io rispondevo con frasi che
sembravano appropriate ma che, dentro, suonavano vuote, come gusci svuotati del loro
contenuto originario. Ridevo quando era previsto ridere, annuivo quando era previsto
annuire, ma ogni gesto era accompagnato da una consapevolezza acuta della sua
artificialità, come se stessi interpretando un ruolo scritto da qualcun altro, in una lingua che
non padroneggiavo più.
C’era una parte di me che osservava tutto questo con una lucidità quasi crudele,
registrando ogni discrepanza, ogni fallimento, ogni crepa nella superficie della normalità
che cercavo di mantenere. Era una voce sottile ma insistente, che non alzava mai il tono e
proprio per questo risultava ineludibile: diceva che nulla di ciò che facevo era autentico,
che ogni tentativo di aderire al mondo era destinato a rimanere superficiale, che sotto la
pelle delle cose non c’era nulla per me, nessun appiglio, nessuna sostanza. E più cercavo
di contraddirla, più le prove si accumulavano contro di me, come documenti in un
processo di cui ero contemporaneamente imputata e giudice.
Ricordo un pomeriggio in cui la luce sembrava particolarmente densa, quasi tangibile, e mi
sedetti sul bordo del letto con la sensazione che qualcosa dovesse accadere, che ci fosse
un punto di svolta imminente, un varco che si sarebbe aperto se solo fossi rimasta
abbastanza immobile, abbastanza attenta. Ma il tempo passava senza mutare qualità,
senza offrire alcuna rivelazione, e quella tensione sospesa si trasformava lentamente in
una stanchezza profonda, come se l’attesa stessa fosse un peso insostenibile. Allora capii
— o credetti di capire — che non c’era nessun evento salvifico in arrivo, nessuna svolta
narrativa capace di redimere la trama disordinata della mia esistenza, e che forse la vera
tragedia non era il dolore in sé, ma la sua monotonia, la sua capacità di riprodursi identico
a se stesso giorno dopo giorno, senza evoluzione, senza climax.
E tuttavia, in mezzo a questa immobilità, c’erano momenti di una chiarezza quasi
insopportabile, come fenditure improvvise nella superficie opaca della mia percezione. In
quei momenti vedevo tutto con una precisione spietata: le micro-espressioni sui volti delle
persone, le esitazioni nelle loro voci, le piccole bugie che sostenevano le relazioni
quotidiane come travi invisibili. Vedevo anche me stessa, dall’esterno, con una distanza
che era allo stesso tempo rivelazione e condanna. Non c’era nulla di misterioso, nulla di
poetico: solo una serie di reazioni prevedibili, di tentativi maldestri di adattamento, di
desideri che si contraddicevano a vicenda fino ad annullarsi. Era come se l’illusione fosse
stata strappata via, lasciando dietro di sé una struttura nuda, funzionale ma priva di senso.
In quelle fessure di lucidità pensavo che forse la soluzione fosse semplice, quasi banale:
cambiare, agire, rompere lo schema. Ma appena cercavo di tradurre quell’intuizione in un
gesto concreto, qualcosa si irrigidiva dentro di me, una resistenza sorda che trasformava
ogni possibilità in un’ipotesi astratta, incapace di incarnarsi nella realtà. Rimanevo così,
sospesa tra la consapevolezza e l’impotenza, come un animale che riconosce la trappola
ma non riesce a smettere di girarle intorno.
La notte, poi, amplificava tutto. I pensieri si facevano più acuti, più taglienti, e il buio
sembrava offrire loro uno spazio illimitato in cui proliferare. Mi sdraiavo e ascoltavo il
battito del cuore come se fosse un segnale estraneo, un ritmo imposto dall’esterno, e mi
chiedevo quanto di me fosse davvero mio, quanto fosse invece una costruzione fragile
sostenuta da abitudini, aspettative, paure. Immaginavo di poter uscire da me stessa, di
lasciarmi sul letto come un involucro vuoto, e per un istante quella possibilità mi appariva
liberatoria, quasi desiderabile. Ma subito dopo arrivava la vertigine: se non ero quella cosa
distesa nel letto, allora cosa ero? E dove sarei andata, una volta uscita?
Così rimanevo, immobile, dentro la campana invisibile che deformava ogni suono, ogni
luce, ogni pensiero, e imparavo a respirare quell’aria viziata come se fosse l’unica
possibile. Forse, mi dicevo, tutti vivono così e semplicemente non lo ammettono; forse la
differenza non è tra chi soffre e chi non soffre, ma tra chi riesce a ignorare la propria
condizione e chi, come me, ne è costantemente consapevole. Questa idea non mi
consolava, ma introduceva una sorta di ordine nel caos, una logica minima che rendeva la situazione almeno comprensibile.

Note sull'autrice:
Giorgia Deidda è una scrittrice e poetessa italiana originaria di Orta Nova, in provincia di
Foggia, nata nel 1994.
Fin da giovanissima si avvicina alla letteratura, iniziando a scrivere poesie e racconti
intorno ai tredici anni, influenzata da autori della tradizione italiana e internazionale e in
particolare dalla corrente confessionale, con modelli come Sylvia Plath, Amelia Rosselli e
Anne Sexton. �
Dopo aver studiato lingue e traduzione all’Università di Bari e successivamente lingue e
letterature straniere all’Università di Foggia, sviluppa una scrittura fortemente
autobiografica e introspettiva, incentrata su dolore, identità, disagio esistenziale e
dimensione psichica.
La sua produzione comprende raccolte poetiche e romanzi. Tra le opere principali
figurano:
Sillabario senza condono (2020)
La fenice sul filo di spago (2021)
Oltre la fermata (tra sogno e realtà) (2022)
Una pancia piena di sassi (2022)
La musa (2022)
Se la fatalità fosse un oggetto (2023)
Lo specchio alle spalle (2024)
Parallelamente alla scrittura, si dedica anche alla slam poetry, portando in scena testi
spesso legati alla sofferenza mentale e all’esperienza interiore.
Un elemento centrale della sua biografia è il rapporto con la salute mentale: Deidda ha
dichiarato di convivere con disturbo bipolare di tipo II e disturbo borderline di personalità,
condizioni che influenzano profondamente la sua poetica, rendendola intensa, cruda e
confessionale.
Accanto alla letteratura coltiva interessi artistici come pittura, musica e recitazione,
configurandosi come una figura espressiva poliedrica, in cui scrittura e vita si intrecciano
continuamente.
La sua opera si distingue per un linguaggio denso e visionario, che tenta di trasformare il
dolore in parola e la fragilità in forma estetica.


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