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Gli esordi. Le speranze. Le umiliazioni. Le superbie.

5 ott
Tempo di lettura: 2 min

Gli inizi non sono mai edificanti, tranne forse per pochi fortunati. La vicenda dello scambio infelice tra la poetessa Giovanna Vivinetto e il critico letterario Gilda Policastro (un libro di poesie inviato, una risposta non troppo gentile di rimando), malgrado non siano novizie, mi ha ricordato il sentiero infausto, mortificante, dei miei inizi. Non c'entra molto con la vicenda di cui sopra, se non per alcuni stati d'animo che sono come risaliti da quel tempo. Prima di esordire ufficialmente con Laurana, prima di rimediare l'attenzione del talent scout Giulio Mozzi, avevo fatto diversi tentativi, spedendo inutilmente testi immaturi a nomi altisonanti, che non mi avrebbero mai risposto. Erano i primi anni 2000. Facevo la giornalista per un quotidiano siciliano, con un ruolo anche abbastanza di rilievo, perché coordinavo la terza pagina provinciale. Per farla breve, tra i nomi altisonanti ai quali avevo inutilmente mandato i miei testi inadeguati c'era Paolo Di Stefano, che peraltro avevo intervistato in occasione del premio Vittorini, se non ricordo male. Non mi rispose mai. Uno dei tanti che non rispose mai. lo incontrai in aeroporto, lo riconobbi, volevo salutarlo, ma mi sembrò arretrare quasi spaventato, impallidito. Fu appunto la mia impressione, magari mi sbaglio. Ne ricavai molta umiliazione o frustrazione. L'unico che si occupò veramente di me da perfetta sconosciuta fu Marco Travaglio, storia già scritta: se ho pubblicato "Sangue di cane" con Laurana fu per lui. Però c'è un altro nome importante che ricordo con gratitudine ed è quello del critico Armando Gnisci, cattedratico a La Sapienza, studioso di letteratura delle migrazioni. Io ero certo molto preparata in materia, la mia biografia è piuttosto eloquente. Nello specifico gli scrissi, veramente senza sapere il valore della sua persona, per un giovane nigeriano, sopravvissuto a un naufragio, e che al suo paese era uno scrittore. Gli scrissi per pregarlo di pubblicargli un racconto. Invece imprevedibilmente Gnisci, senza conoscermi, chiese e ame di scriverlo e lo scrissi. Si intitolava "Adanna" e lo pubblicò nella rivista che curava all'Università. Gli inizi sono costellati di imprevisti, mortificazioni, speranze e superbie di chi incontriamo. Non è detto che qualcuno ci leggerà, non devono leggerci necessariamente. E io stessa, oggi, posso provare una insofferenza prossima a quella dei destinatari muti dei miei primi testi. Non ho concentrazione, troppe sollecitazioni, troppi pixel.

L'unica domanda che rimpalla da ciò è: ne vale la pena?

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