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Mademoiselle

23 mar
Tempo di lettura: 3 min

Mademoiselle sedeva al tempio dunque. Il suo aplomb ordinatissimo. Il suo bel vestito lungo, verde come certe foglie d’autunno sui sentieri di un parco prima di ingiallire o di trasformarsi in macchie rossastre e scivolose. I suoi capelli erano bruni, spessi, acconciati da un lato. Aveva un’aria molto severa, composta, ma intimamente mademoiselle era vergognatissima, a disagio. La vita si accalcava in una piazza di pietra bianca. Gente, uomini, donne, vecchi, gente primitiva, rumorosa. Era la vita, mademoiselle. La vita non deve tacere. Guardava il caos, era un vero turbinio. Turbinio turbinio, ripeteva. Le piacevano le parole, quando soprattutto perdevano di significato. C’erano alcune anziane sedute sulla panca più in là. La osservavano con sospetto, ne era convinta. Parlavano di lei. Lei era la vestale dei nullafacenti, dell’inedia, dell’immobilità. Non parlavano di lei.  Dario, il compagno di liceo, attraversava la piazza stanco, già consumato dall’eroina, dalle attese che spariscono, dall’inganno dei giorni. Dario non la salutava, si vergognava, perché era un derelitto e non sapeva quanto confinanti fossero i loro destini. Dario aveva una compagna allora, era bionda, ricordava una bellezza giovanile sciupata dalla roba, dall’eroina. Eccolo il suo mondo che si edificava piano piano. A mademoiselle non piacevano i perdenti, ma se ne innamorava. Era una colpa? Per gli altri sì, gli altri sovente appartenevano a una non meglio identificata congerie di buone maniere e quiete comune. Gli altri: era una parola che non le piaceva. Sedeva al tempio, quando c’era il sole, la luce cominciava a farle meno paura, aveva sempre freddo.

L’amico ebreo le aveva letto un brano del libro di Isaia, così lei pianse, liberandosi dell’oppressione, le sembrava di aver capito finalmente.

Isaia capitolo 54. “Poiché l’Eterno ti richiama come una donna abbandonata e afflitta nel suo spirito, come la sposa della giovinezza ch’è stata ripudiata, dice il tuo Dio”. 


La sposa della giovinezza, ripudiata.





Ho incontrato Marek. Al tempio. Lui mi ha visto. Da lontano, mi ha chiamato: Veronìka! Oh Marek, sono passati secoli, tu mi porti indietro di secoli. Non riesco nemmeno a pensarci a quella vita lì, quando trascinavo quell’uomo da una fogna all’altra, illusa di poterlo salvare. Ma forse sì, è stato salvato. Marek si avvicina, piange, ripete il mio nome. Dai Marek, su, Marek, dai. E’ ubriaco, lo so. Lui piange sempre quando mi vede, la commozione procurata dal vino e da quel che lui vede in me. E lui vede in me: un tempo. Mi abbraccia, piange sul mio collo, sento la puzza di vino, di strada, di tabacco. Non riesco a tradurre il tanfo preciso, che anche a me ricorda un tempo. Ha un giubbotto poggiato sulle spalle, non ha infilato le maniche, capisco subito perché: con le braccia tiene serrati da una parte e dall’altra due cartoni di vino, il peggiore credo, quello in buona offerta in qualche scomparto di un ard discount. Dice che è uscito di casa all’alba, ora sono le due del pomeriggio. Avrà bevuto tutto il tempo. Piange ancora, si lamenta che l’ultima donna lo ha mollato, che è solo. E così via. Mi chiede del mio ex. Dico:  ha la sua vita. Non beve. Dico. E neanche tu devi, ripeto annoiata, con una gran tristezza nel cuore, il desiderio di essere seppellita dal mio tedio, sparire e basta. Lo lascio lì, provo pena a tratti, ma sono io a star peggio, perché sono lucida, e devo sopportare tutto, senza ottenebramento. Sopportare.

Perché sono finita qui?

Perdonate questo riferirvi continuo dei miei deserti. Non riesco a fare altro che questo. Raccontare i miei deserti.



***


Leggeva Isaia. Ringraziava l’ebreo per questo. Era la sposa della giovinezza che non saggiò il talamo coniugale.

Non temere, poiché tu non sarai più confusa; non aver vergogna, ché non avrai più da arrossire; ma dimenticherai l’onta della tua giovinezza, e non ricorderai più l’obbrobrio della tua vedovanza. 

Con un amore eterno io avrò pietà di te, dice l’Eterno, il tuo Redentore“.


Copyright © Veronica Tomassini.

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