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Antefatto di un romanzo

27 giu
Tempo di lettura: 3 min

Sembra che il tutto da dire e da farsi, più da farsi, sia stata eseguito in prima e definitiva istanza negli anni della giovinezza. Da questa ho attinto i miei romanzi, fino a che ne avessi avuto necessità. Il regesto diventa l'opera omnia. C'è una zona della mia giovinezza che ho tenuto fuori dal luogo infernale in cui il resto ha dimorato. Ho tenuto fuori dalla memoria che dichiaro apertamente luttuosa, accogliendo essa la somma delle privazioni. La zona esclusa è la sfavillante parentesi di cui ho scritto, benché non ancora a sufficienza, e di cui leggerete presto. La solitudine mi ha inseguita, assediata. L'ho schivata appena, nel vuoto interiore, un vuoto affamato, che non riconosceva la fonte del suo appetito, né la china dove avrebbe potuto esaudirlo. Ho cercato la mia identità, non potendosi confermare nei modi o finanche nello sguardo di tutori che dovevano accudirmi, proteggermi. Invece ero la repulsa, la vessata, oggi lo affermo con molta fatica e dolore, non avendo la capacità di perdonare il poco che mi è stato concesso e il molto che mi è stato sottratto. Ero una di quelle ragazzette, nella fase preadolescenziale e adolescenziale, senza un vero volto, non proprio bruttina, ma pressappoco, scarmigliata, con quei faccini supplici, tipici dei bambini degli orfanatrofi che si cullano da soli. La rabbia si raggruma oggi, perché riesco a dare un nome a quel che è stato fatto. La rabbia similmente alla collera descritta da Giovenale, lo leggo nei saggi di Montaigne: è il masso che scivola dalla cima di un monte, quando il monte scoscende e rovina giù in pietraie. Dai diciassette ai diciotto anni vissi il vuoto sfavillante. Feste private, ammiratori, libertà senza altre catene da indossare, da avvoltolarsi sul tergo, se non quando tornavo a casa, e ad aspettarmi trovavo le umiliazioni di mia madre, il suo deserto che - era più forte di lei - doveva farmi scontare, pagare in sua vece. L'isolamento era qualcosa di prossimo alla disperazione, l'ostilità in casa, le vessazioni dell'altra consanguinea, a cui non darò un nome, figure insane, che hanno cagionato una vita faticosa. E le fatiche talvolta non sono spiegabili. Andate a cercarvi la storia di santa Panacea. La questione per me è più terribile, non ho la costanza, la mitezza, di santa Panacea. Dunque a cosa è servito questo combattimento? Fuggivo da quella casa, ci sono stata molto poco, nella giovinezza. La mancanza di cura e la povertà spirituale, morale, emotiva, tutto insieme, erano la prassi, ma non era la normalità, non era la vita delle altre ragazze. Mi costruivo un mondo estraneo, disfunzionale, ovviamente, lo asserisco con gli strumenti di cui dispongo oggi, e non allora. Frequentazioni vacue, non adatte, uomini maturi, ragazze fragili e inconsapevoli, precoci o bruciate. Ecco, l'antefatto del romanzo. Le notti nei privé. La bellezza usata come merce, in cambio ricevere il necessario, il necessario complementare al vuoto in cui dovevo imparare a non strabordare. Usare gli uomini. Per un pacchetto di sigarette. Per un lavoro facile, in discoteca, qualcosa in grado di farti guadagnare i soldini per un paio di scarpe. Però in quell'anno fui molto guardata dagli altri, compensavano maldestramente l'assenza di uno sguardo materno o paterno. Non ero la scarmigliata, fuori, la non vista, la mortificata. Tornavo a casa e lo diventavo di nuovo.

Mazzarrona
Mazzarrona

La mia intera esistenza non è stato altro che un pellegrinaggio in cerca di quel che non conoscevo, l'amore, la comprensione, ero l'aborto perpetrato. Di questa esistenza non ho una buona opinione.

Senz'altro non mi ha reso migliore. Il romanzo che uscirà racconterà il mio vuoto sfavillante, un vuoto inedito, per i miei lettori. Oltre gli anni del vuoto sfavillante, mi attendevano i sette anni biblici di Mazzarrona, che non ho raccontato veramente, neanche nel romanzo omonimo. Gli anni in cui smisi di frequentare con assiduità gli studi e il liceo, in cui, io già molto magra, persi quindici chili in un mese. Ero una creatura ridicola. L'isolamento si avvitava, la mia fede non si era ancora rivelata.

Tutto abbastanza inesprimibile. Per dire: un romanzo non è soltanto un romanzo. Dietro c'è la sorte di creature nate similmente a quei legni storti che non si sa se sia meglio bruciarli o incastrarli a riparo di un cassettone d'arredo.





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