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Lupi Mannari

25 mar
Tempo di lettura: 6 min

di Filippo La Torre


Due destini nati nello stesso fango: Vincenzo cerca il riscatto attraverso la disciplina, Virginia si perde nell'abisso della strada. Una storia di redenzione possibile per tutti, tranne che per chi ha smesso di sognare.

Sotto il cielo di una Palermo verace e ferale, l’infanzia di Virginia e Vincenzo si intreccia durante un temporale di fine estate tra i cortili polverosi di un antico Baglio agricolo. Quello che nasce come un legame innocente viene reciso dalle asperità del destino: Vincenzo, non ancora diciassettenne, viene arruolato nella carriera militare, mentre Virginia sprofonda nell’orrore. Violata dal patrigno dopo la morte improvvisa della madre, la ragazza scivola inesorabilmente nel mondo della prostituzione.

Sette anni dopo, il ritorno di Vincenzo al Baglio scoperchia un sottomondo di verità taciute. Tra le ombre della periferia si muovono figure tragiche: Bella Otero, un elegante transgender in cerca di dignità, e Roberto, un cinico magnaccia che manipola esistenze spezzate. In questo scenario cupo, lo sport — il rugby e il canottaggio — emerge come l'unico barlume di salvezza, metafora di una lotta necessaria per non affogare nel degrado. Tuttavia, il sentiero verso la redenzione è sporco di sangue. Un omicidio segna il punto di non ritorno, costringendo i protagonisti a un confronto brutale con la propria coscienza. Mentre per alcuni si apre uno spiraglio di nuova luce, per Virginia il destino è implacabile. Consumata dai demoni interiori e ridotta a un’ombra tra i binari della stazione ferroviaria, morirà senza gloria, unica vittima a cui la città e la vita negano ogni forma di pace.


***


Un giorno Infausto



Guai a chi ha la mente erosa dal tarlo dei ricordi che non affiorano, guai a chi li pietrifica fino a desiderare di rivederli in un doloroso conato dell'anima. Il dolore va masticato, fosse pure di petrafennula, anche a costo di svuotare la vecchia anima. Così era per Vincenzo, un uomo che non trovava più pace, nonostante di quel periodo qualcosa ancora ricordava. I vecchi abitanti di Villa Maglio, depositari della memoria antica, raccontavano di quella volta che, a fine agosto, venne giù un nubifragio come Dio comanda. Il Baglio si ritrovò affogato, con pozzanghere che tracimavano in altre pozzanghere. Le acque scavalcarono i cinque centimetri di cementato che correvano a ornamento e protezione degli usci e le case più sottomesse furono irrimediabilmente allagate.

Si udivano soltanto rumori, un concerto ossessivo di pioggia: acqua che sbatteva su altra acqua, sulle tegole di cotto bruciate da anni di sole, sulle lamiere vibranti, sulle chiome degli alberi, sulla terra appena zappata e sullo sterrato duro dei viottoli. Suoni puri che squarciavano il silenzio totale della campagna. Amplificati, altri suoni giungevano anche da oltre la collina di monte Caputo, un'eco distorta e disperata, come la voce straziata di un Polifemo. I topi, inseguiti dall'acqua che invadeva le loro tane, cercavano rifugi sicuri. La frenesia li disorientava: correvano disperati in tutte le direzioni, attraversando cunicoli sconosciuti. In alcuni, senza più via d'uscita, trovarono riposo eterno. Spesso, l’acqua d’agosto porta refrigerio e rinfresca, ma quel giorno era ghiaccio che si scioglieva. Si capiva che fosse un giorno particolare, destinato a rimanere nella memoria.





Il Parco della Favorita.


La Favorita, lupanare a cielo aperto della città, era un luogo dove l'effluvio aspro della zagara strideva con gli odori dolciastri e grevi dei postriboli d’Oriente. Corpi madidi, intrisi di essenze chimiche e umori che sapevano di sale e di sperma. Vincenzo si aggirava guardingo tra la macchia fitta, incespicando; il volto rigato di sangue segnato dai graffi delle spine.

«Dov’è la Favorita?»

Non era una semplice domanda, ma un lamento disperato.

«Chi è la Favorita, tra tutte?» - continuava a implorare. «Chi possiede lo scettro?»

Il suo grido rimbalzava tra le pareti calcaree di monte Pellegrino, spegnendosi sull'erba arida ai suoi piedi. Cercava ossessivamente una traccia di donna, come un naufrago cerca terra, ma l’aria era satura di oli indistinguibili, eppure estranei. Nessuna rispose. Vincenzo riprese a errare nel buio.

«Forse sei tu, Josephine? Borbonica di Borgo Vecchio? I tuoi capelli alla Baker attraggono ancora? O c'è interesse solo per la tua coda di pavone?»

«No, non sono io la Favorita. Lasciami in pace, ho già i miei problemi - rispose lei, la voce che pareva giungere da un tempo lontano, gli occhi persi in un sospetto senza fine.

«O forse tu, Yvonne. Bionda per una notte soltanto?»

«Magari! Vorrei essere il desiderio del mondo intero» - ribattè Yvonne.

Come trascinata da un ritmo invisibile, piantò le mani sui fianchi e iniziò a rotearli con lentezza ipnotica, trasformandosi in una danzatrice tra le sabbie di un deserto berbero.

Vincenzo proseguiva la ricerca, mentre la disperazione gli colava addosso come pece. Un uomo gli sbarrò il passo.

«No, non puoi essere tu la Favorita, Bella Otero», mormorò Vincenzo. «Sei solo un usurpatore di morbide linee e, credimi, me ne rammarico».

«La tua audacia potrebbe offendermi... anzi, mi ha già offeso», rispose l'uomo, lasciandosi sfuggire una risata fresca; perché la Bella Otero era giovane, gagliardo e sfrontato.

«Dove ti nascondi, Maria Carolina, grande tenutaria e maitresse di questo regno... dove vaga il tuo spettro?»





Il silenzio degli innocenti



Il cielo era assulicchiato d'azzurro, quando mastro Gilormo mise piede dentro il piccolo recinto. L’agnello bianco trippiava di felicità.

«Chissà, forse è giunto il momento: andrò anch'io con i miei fratelli a saziarmi di erba fresca».

Pensieri stupidi, illusione di uno stupido agnello. Mastro Gilormo l’afferrò per le zampe posteriori, le legò con un filo di rumaneddu e lo appese al fil di ferro dove la moglie stendeva il bucato. L’agnello si divincolò. Il suo belato di terrore raggiunse le pecore che brucavano poco lontano.

«Perché, perché?»

Stupide pecore, stupide senza risposte. Fu tutto un attimo. Il coltello gli penetrò la gola e con un movimento veloce recise di netto la giugulare. Le convulsioni furono brevi; il corpo dell’agnello dondolava senza armonia. Il sangue fuoriusciva dal taglio, dalla bocca e dal naso gorgogliando in rumori confusi. Il suo belato spezzato sussurrò:

«Dove sei, Clarice? Dov'eri, Clarice?»

La piccola testa bianca si tinse di rosso e rimase immobile. Mastro Gilormo pulì il suo coltello, lisciandolo sui pantaloni, mentre la moglie raggiava di felicità.





Tra ricordi lieti e rimembranze, così sbiadite dal tempo da apparire false, passò un’altra mezzora. Si aprirono lunghe pause, silenzi che avrebbero potuto essere colmati da ricordi rimasti orfani perché mai compiuti. Ma non avrebbe avuto senso riviverli: in quel momento, in quella stanza, non erano più soltanto in tre. Si era aggiunta una figura immateriale, una presenza così ingombrante da dettare i tempi delle loro parole e trascinare verso il tempo scaduto quelle confessioni che intorbidiscono l’anima. Fuori la pioggia aveva smesso di cadere. All'improvviso Vito perse la sua solita allegria, si alzò dal divano, prese sottobraccio Vincenzo e lo trascinò in giardino. Come una cagnetta fedele, Alfredo accennò a seguirli ma con un cenno della mano la Bella Otero gli intimò di restare seduto. All'esterno, l’odore della terra bagnata si mischiava al profumo delle foglie di arancio: un connubio perfetto per lasciarsi attraversare dalla malinconia, amplificata da una lampada di pochi watt che a stento illuminava gli alberi e le loro ombre. Vito ruppe il silenzio.

«Io e Virginia siamo stati amanti».

Non si aspettava il mutismo di Vincenzo, né l'assoluta immobilità dell'amico che, rigido come un tronco, fissava il vuoto davanti a sé. Gli occhi di Vincenzo sfuocavano le immagini mentre il cervello rimandava al presente i momenti vissuti insieme: lui, Vito e Virginia. Nulla di doloroso, ormai, ma un sentimento peggiore: una mistura mai digerita di parole non dette, di abbracci negati, di inconsapevoli inganni. Una infelicità perpetua senza nessuna speranza di riscatto.

«Non mi sono mai accorto di nulla».

La risposta di Vincenzo cadde così, liscia, senza nemmeno un'ombra di meraviglia o risentimento. La Bella Otero riprese con voce nostalgica.

«E non potevi, mon amour. Non c’è mai stato tradimento. Ho voluto mantenere intatta - pura direi - la nostra amicizia. E non è stata soltanto volontà mia. Quando sei comparso, ho capito subito che eri tu l’uomo di Virginia, anche se lei non me ne aveva mai parlato. Non conoscevo la tua esistenza; poi, sei esistito soltanto tu».

Vincenzo poggiò la mano sulla spalla dell'amico, stringendo leggermente.

«Non ti addolorare, è tutto finito».

Vito scostò quella mano e la baciò.

«Il dolore resterà sempre, caro amico. Lo divideremo per sempre».


[*Vito e la Bella Otero sono la stessa persona].


Filippo La Torre
Filippo La Torre

Note sull'autore:

Filippo La Torre nasce a Palermo, dove vive ormai in età da pensione. Nel 2016 ha pubblicato per Iacobelli Editore “Per un pugno di amianto” e, nel 2025, “La primavera della strummula” per I Buoni Cugini Editori. Le pagine stralciate dal manoscritto “Lupi mannari”, e tutte le altre, contengono fondi di verità.



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