La memoria dell’iride
di Idria Pilogallo
Mia madre è morta; anzi no. Il suo corpo resiste. Respira ancora. La vedo distesa. Silenziosa. Vagante. Finita.
La fisso, lì sul letto, quasi immobile, nella sua camicia da notte bianca, con gli orli di pizzo. Faccio di tutto per non cambiare le abitudini. Le osservo le mani, ogni tanto accennano un leggero scatto, serrano le lenzuola e poi, di colpo, si bloccano. Rigide.
Ecco, mi scruta. «Mamma, sono io…» le dico con la voce più possibile dolce. Lei però stringe gli occhi e, con le poche forze che ha, tenta di allontanarsi. «Sono io» le ripeto, ma il suo sguardo non mi riconosce.
Ci saranno momenti in cui non sa neanche lei chi sia. Le parole dure del dottore mi risuonano nelle orecchie, fino a graffiarmi il cervello. E mi sorprendo a spingermi i palmi contro le tempie.
La vedo vagare per casa o sul materasso che è il calco del suo calvario. Le asciugo un rivolo di saliva che le scivola dall’angolo delle labbra, dello stesso pallore delle guance.
Stringo gli occhi, quasi potesse servirmi a dimenticare; quando li riapro, il suo sguardo è ancora lì, puntato su di me. Le sue iridi verdi riflettono deboli la luce che filtra dalla finestra al terzo piano della camera da letto, poi, un battito di ciglia, leggero. Silenzio, solo questo maledetto silenzio.
«Di’ qualcosa, santo Dio!» le strillo tra i denti, ma me ne pento subito. Mi sorprende allungando la mano verso la mia. La sfiora. Sembra tornata.
«Ma’, sei tu?» biascico con un filo di voce. Nessuna risposta. All’improvviso, la rabbia mi esplode dentro, come un’onda che mi attraversa il corpo. «No! Non sei tu maledizione!»
Sento un calore salirmi tra le dita, una marea che non chiede permesso: è la stanchezza di vederla svanire restando immobile. Basta. Le sollevo il capo sfilando il cuscino come si sottrae un segreto. Lo stringo tra le mani; è leggero, quasi inconsistente, eppure pesa come un macigno mentre lo porto a pochi centimetri dal suo viso. Il mio cuore batte forte ma poi la vedo. Sul suo volto diafano scorgo un sorriso appena accennato, una crepa di luce inaspettata. I suoi occhi mi inchiodano. Faccio un passo indietro.
Barcollo e urto il comodino. La tazza del latte si frantuma in mille pezzi che finiscono sotto il letto, dando vita a un fragore assordante. Il cuscino giace a terra come l’intenzione che lo aveva sollevato.
Resto lì, immobile, mentre sento i pezzi della persona che ero disgregarsi. Non riesco a reggere l’urto del suo sguardo vitreo; abbasso gli occhi e guardo le mie mani. Non le riconosco.
Stingo i denti contro le nocche per strozzare un urlo. Le risistemo il guanciale ed esco dalla stanza. Corro a chiudermi nel buio della mia camera. Il silenzio è ancora peggio di stare in stanza con lei. Perfino il mio respiro, corto e spezzato, è un rintocco sordo che riverbera ovattato nelle orecchie, come se la casa stesse contando il peso che ho avuto tra le mani.
Ho la gola secca. Devo bere. Esco dalla stanza e arrivo in cucina. La luce fredda al neon ronza; un lamento elettrico che mi trapana il cervello. Sorseggio e mi calmo. Poi, quasi senza accorgermene, inizio a preparare il caffè. L’acqua calda inizia a gorgogliare, spinta a fatica attraverso la polvere compressa. Sbuffi lenti, uno, due, tre di liquido scuro. Al primo sorso sento la caffeina che forza i miei sensi a restare vigili, condannandomi alla veglia. Con la tazza stretta tra le mani, come un’'offerta votiva per un perdono che non arriverà, ripercorro il corridoio e torno da lei.
Vorrei avere abbastanza coraggio per cercare i suoi occhi, ma non ce la faccio. Sprofondo nella poltrona al lato del letto, pronto a guardare il suo petto alzarsi e abbassarsi per tutto il resto della notte. Poi, mi sovviene un pensiero: il cumulo giallastro di semolino, ormai ridotto a una poltiglia fredda in cucina dalle prime ore del mattino. Mi alzo e mi precipito di là, rimescolo con cura, lo scaldo a bagnomaria; mentre cerco di convincermi che un pasto caldo possa ancora fare la differenza tra il nulla e il vivere.
All’improvviso, un tonfo. Sordo, secco, definitivo. Proviene dalla camera di mamma.
Il tempo si spacca. Corro subito da lei. Vedo solo le tende della finestra aperta che si muovono, agitate dall’aria. Mi sento mancare. Vacillo a ogni passo. Sento ancora la pressione dei suoi occhi che mi avevano fissato poco prima. Mi copro il volto con le mani ma non serve. Respiro veloce, mi si rammolliscono le gambe. Buio.
I suoi occhi si erano accesi per un istante. Per un istante sbagliato. Poi mi affaccio.
La mamma, distesa. Silenziosa. Finita.

Note sull'autrice: Dopo aver collaborato con il collettivo di Lingue de La Sapienza e con lo
SCRITTOio.org, focalizzando il suo livello di attenzione sul piacere della scrittura,
Idria Pilogallo muove i primi passi pubblicando due racconti brevi “Requiem” e
“Carcasse” per la Delos Digital.
Autrice di “Fragori nella mente” per Toscana Libri.



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