Inedito siciliano
Mi consolavo da sola. Indossavo vestiti pesanti come drappi. Uno lo avevo acquistato sulle bancarelle del mercato alle Porte di Clignancourt. Parigi era grigia anche in Primavera, un aprile freddo sulla Senna. Lo ricordavo in gran segreto.
Ma ero al Tempio. Il caldo abbrancava tumidamente il profilo delle cose, che brillavano nell’inganno; il bitume dell’asfalto, più in là, risalendo il corso, si arginava in false oasi, come piccoli ristagni, una cintola simile al ruscello che gorgogliava improvvisamente, era un trompe l’oeil, un raggio che picchiava da qualche parte, rinsaldava riverberi da un canto all’altro, franava sull’asfalto, era un caldo opprimente che discendeva sui ricordi, per sconfessarli. Ma i ricordi erano il mio segreto.

Parigi. Ero davvero una ragazza allora, e la Sicilia, disumana, non era che un decrepito carillon, inceppato; una novena popolare dimenticata, finalmente lontana svagata; non avrebbe ecceduto e sfinito i suoi dimoranti negletti; così minoritaria, nelle sue larghe campiture di grano imbiondito e poi bruciato e i muriccioli, le bestie arrancate in trazzere improvvide, strade carraie, muri bianchi, agavi sovrane e frutti marci sotto l’ibiscus, o turgidi, rossastri. La memoria era un muscolo, una fibra che si allargava, come il ventre di una donna intorpidito dal piacere, dentro riposava, nell’unione suprema, una vicenda perenne che contiene l’uomo, con poche virtù, e una infinità di concessioni rimestate e errori da salvaguardare. La memoria si nutriva dell’inezia del Tempio. E nella disarmonia, il silenzio dei compartecipi, le vecchie tacevano, per una mezz’ora buona. Johannes doveva scrivere sul notes casomai, dunque taceva. O cercava me, perché traducessi per lui. La memoria è una faccenda che riguarda il ravvedimento, la ricapitolazione strumentale o parziale del reo. Del correo. La memoria attiene al silenzio. Il Tempio non era mai veramente il silenzio. Piuttosto la grande pace si diffondeva dopo, tornando a casa, e attraversando la solita cala del porto. Mi alzavo sulle punte e guardavo giù le acque rossicce, fremevano oltre il ponte ottocentesco, serrato da balaustre arzigogolate, disinnescavano il barbaglio violaceo del crepuscolo. Eccola la pace. Finiva in un pianto. Segreto, quasi quanto i ricordi.
Allora il gabbiano che rasentava la mestizia e urlava con il lamento di un infante coglieva il segno delle cose imprimenti, quelle che hai inteso, ti inchiodano, non sapresti dire meglio.
Un pianto che si saldava alle grate di un cancello, dietro il quale fissavo imbambolata un sentiero di roseti e la casa patrizia.
Le lontananze turchine rimandavano a melanconie inattingibili. Fisse. Baluardi. Avamposti frazionati di altro indistinguibile impasto su cui far maturare intuizioni. O scritti. Romanzi. Non so.
Johannes vergava poesie in dialetto. Io non amavo il dialetto.
Che io scrivessi, al Tempio, badavo bene che non si sapesse. Volevo restare la creatura avulsa, l’insensato ologramma, vestita di verde, bardata di contraddizione e di un abito pesante come un drappo.
Così che potessi restare nel segreto la ragazza che risaliva di corsa tra i padiglioni sfavillanti i piani de Le Galeries Lafayette. Comprava gonne di fiori, creme profumate, un distillato di Chopard.
Lei era davvero innocente. Nell’innocenza, dimora la bellezza.
Ecco, sì.
Le vecchie e Johannes sedevano sulle panche, nella controra. L’ombra dei melograni pioveva appena sulle nostre spalle. Non proteggeva dal tempo che circuiva ognuno nel medesimo ozio, rabbioso o colpevole. Il nostro tempo allungato, intrappolato nell’albume di fatti incidentali e destini che non sarebbero mai accaduti.
Il compagno di liceo che suonava il pianoforte attraversava la piana metafisica. Il pallore cinerino me lo mostrava disarmato, con un sorriso stupito come non suo a smarrire ogni premonizione. Voglio dire: sei già morto, amico. Ti fai l’ultimo quartino e stendi le gambe. E chiudi la pratica. Come vorremmo tutti, ad un tale minuto del giorno. Ci assalirà quel pensiero ad un tale minuto del giorno, voler chiudere, farsi l’ultima razione di qualcosa: di felicità. Qualcosa. L’ultimo bicchiere. Un grammo di eroina. Brown sugar. Il compagno di liceo era uno da salvare, diceva Johannes. Anche quando non parlava, lo capivo lo stesso. Voleva salvare tutti.
(inedito)
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